Home Archivio 2008 04 - Anno IV Numero 1 Jean-Jacques Rousseau: l’educazione come valorizzazione della propria natura

Jean-Jacques Rousseau: l’educazione come valorizzazione della propria natura

Jean-Jacques Rousseau nasce nel 1712 a Ginevra, una piccola regione calvinista circondata da grandi paesi a prevalenza cattolica. La madre di Rousseau morì subito dopo averlo dato alla luce; perciò la responsabilità della sua educazione ricadde sul padre, un orologiaio dal temperamento romantico ed irascibile.

Jean-Jacques Rousseau è uno dei massimi esponenti del pensiero europeo e considerato sia come ispiratore della Rivoluzione francese, sia come teorico del ritorno ad una innocenza primitiva. Senza dubbio il fondatore della pedagogia moderna e per certi versi precursore del romanticismo, teorizza la voce del cuore, del sentimento come guida che porta sempre al bene senza possibilità di errore.

Considerato il “padre” della pedagogia contemporanea, l’autore operò una sorta di “rivoluzione copernicana” in campo pedagogico ponendo al centro delle sue teorie il bambino. Rousseau sottolinea, in contrasto con quanto si rilevava al suo tempo, che il bambino ha una sua identità specifica e che non è soltanto un essere in fieri. Le maggiori trasformazioni dell’essere umano si realizzano durante il passaggio dall’infanzia alla maturità. Presente in moltissime sue opere, questa tesi è approfondita nella sua maggiore opera l’Emilio, lungo romanzo-saggio dedicato all’educazione, che si apre con queste parole: “Tutto è bene uscendo dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo” [1].

Così come nello stato di natura, anche nell’uomo, fondamentalmente buono e privo di corruzione, esiste il pericolo di degenerazione a causa della pressione delle strutture sociali. Rousseau auspica, quindi, un riavvicinamento dell’uomo allo stato naturale, evitando così che la società eserciti la sua forza negativa. L’unica “arma” che l’uomo ha a disposizione è l’educazione: impedisce che egli si corrompa trasformandosi completamente in un uomo artificiale, un’educazione che si propone come unico fine la conservazione e il rafforzamento di tale natura e nella quale l’azione dell’educatore deve essere unicamente diretta a far sì che lo sviluppo fisico e spirituale del fanciullo avvenga in modo del tutto spontaneo, che ogni sua nuova acquisizione sia una creazione che nulla venga dall’esterno, ma tutto dall’interno, cioè dal sentimento dell’educando.

Come in quest’opera, anche nel Contratto sociale, il pensiero di Rousseau deve essere letto alla luce dello stretto rapporto che intercorre tra pedagogia e politica.

Nelle due opere ci sono due varianti dello stesso problema: quello di restituire all'uomo la libertà. L’Emilio si riferisce all’educazione dell’uomo, il Contratto sociale al contesto in cui si deve inserire il cittadino.

Un contesto sociale che deve essere riorganizzato su basi nuove, alla luce della necessità di una nuova educazione naturale, come processo spontaneo e autonomo regolato dall’interiorità dell’educando, per la formazione di un uomo nuovo. Maestra sarà l’esperienza del mondo e compito dell’educatore sarà quello di garantire la possibilità che il fanciullo compia esperienze adeguate alle sue capacità nel rispetto della vera natura delle cose e in un rapporto di continua e concreta interazione con esse.

 



[1] Rousseau J.J., Emilio, libro I, in Opere, a cura di P. Rossi, Sansoni, Firenze 1989, p. 290.